Ognuno di noi è molte cose: siamo la nostra famiglia e i nostri amici, siamo ciò che abbiamo vissuto e ciò che abbiamo sognato, siamo quello che sappiamo fare, siamo i libri che abbiamo letto…. E siamo la città in cui siamo cresciuti: siamo le sue strade, le sue piazze, le sue chiese…. i suoi odori e i suoi colori….. le sue positività e le sue contraddizioni.
È per questo che, nonostante motivi di studio ci abbiano portato a vivere altrove, sentiamo di non avere mai perso il forte legame che ci unisce ai luoghi nei quali ci siamo formati e nei quali vorremmo, un giorno, potere tornare a vivere e a operare.
Ed è sempre per questo che, anche in relazione a quello che è l’ambito disciplinare dei nostri studi, non possiamo esimerci dal fermare lo sguardo sull’attuale realtà di fatti, visibili o meno, che caratterizzano il nostro territorio.
Una realtà che ci restituisce l’immagine di un luogo che, in particolare negli ultimi quarant’anni, ha percorso vie di sviluppo “altre” da quelle correlate alla realizzazione di modelli di sviluppo locali, sperimentando scelte spesso esogene: legate per un verso all’emigrazione (anche intellettuale), per l’altro al tentativo di assimilare modelli (economico-sociali e, conseguentemente, urbani), importati e imposti, alcuni dei quali falliti prima di decollare. Queste scelte hanno lasciato sul territorio segni durissimi, connessi all’amplificarsi di problemi “storici” e all’emergere di problemi “contemporanei”, e nei suoi abitanti un senso di “spaesamento”, di perdita di identità, forse più forte rispetto a quello avvertito da altri abitanti di altri territori della Nazione, in cui i fenomeni della cosiddetta globalizzazione si sono comunque intersecati con realtà locali maggiormente radicate, culturalmente ed economicamente. E questi segni e questa perdita di identità sono visibili in alcuni fenomeni che caratterizzano la nostra realtà locale e si caratterizzano come nodi problematici, immersi in un “grande vuoto”, la cui risoluzione si pone come prioritaria a qualsiasi politica urbana.
Nodi problematici immersi in un “grande vuoto” che è prima di tutto un vuoto di “cittadinanza”, di senso della Polis.
Perché una città non è una città. Una città è le infinite città che è stata, le infinite città che è, le infinite città che potrebbe essere nei desideri dei suoi abitanti e nella loro realizzazione.
Ma una città per essere veramente tale deve sapere essere, prima di tutto, Polis, cioè comunità politica aperta a tutti i suoi abitanti.
La città rappresenta, infatti, un’opera di costruzione collettiva: perché sono gli uomini, intesi come “comunità insediata” che abitando e vivendo i luoghi, ponendo istanze, promuovendo punti vista, finiscono, consapevolmente o implicitamente, per progettarli.
Il progetto della propria città, dunque, è parte integrante della vita dell’uomo nella città, ne costituisce l’espressione creativa che si configura, evolve, cambia insieme ad esso mediante i processi di interazione sociale promossi dalla comunità insediata.
Questa visione esprime una specifica interpretazione dell’agire collettivo nei processi di produzione e governo della città che trova proprio nell’autodeterminazione progettuale delle comunità insediate il suo riferimento costitutivo.
In tale ottica il significato del termine “città” si sdoppia in un significato immediato (l’urbs: la città come fatto fisico-spaziale) e in un significato mediato (la civitas: la città come comunità di soggetti e i loro rapporti), e il suo progetto, pensato quale momento interattivo tra i valori di queste due componenti, deve, prioritariamente alla sua attuazione per mezzo di dispositivi progettuali, configurarsi come un progetto politico e culturale condivisibile dalla cittadinanza: una sorta di Carta sulla base della quale possa essere siglato, tra amministrazione pubblica e cittadini, un patto; una Carta che riesca a definire, in termini sostanziali, quegli obiettivi collettivi - che ancora sono l’equità e la bellezza - che il mercato, da solo, non potrà mai raggiungere.
Ma un “progetto di città” che non sia soltanto una promessa vana di irrealizzabili “assetti futuri”, deve articolarsi sulla definizione e l’impegno verso poche, ma adeguatamente selezionate, operazioni strutturanti di trasformazione urbana, che costituiscano l’ossatura di un nuovo paesaggio urbano, di una geografia volontaria rinnovata.
Si pone, quindi, la necessità di individuare precise strategie mirate alla realizzazione di una “nuova visione urbana”.
Una strategia è un modo di connettere e programmare, nello spazio e nel tempo, un insieme di azioni prodotte da una molteplicità di soggetti, ognuno dei quali opera in totale libertà o con deboli gradi di coordinamento. Per questo una strategia ha bisogno di consenso e di definirsi come progetto capace di agglutinare l’insieme di politiche mirate a realizzare situazioni future che possano essere identificate da tutti come migliori delle attuali e per le quali risulti opportuno impegnare risorse umane, fisiche e monetarie.
Ma, probabilmente soltanto l’inquadramento di queste azioni puntuali all’interno di un “Progetto Politico Strategico e Condiviso” e la mediazione operata dalla sua essenza di strumento per la riqualificazione della città nel suo complesso, potrà far sì che esse non si rivelino azioni speculative, di solo marketing urbano, ma che vengano legittimate dall’interesse pubblico e ricevano il necessario supporto sociale. Un Progetto che, ricomprendendo politiche urbanistiche, infrastrutturali, sociali ed economiche, cerchi di realizzare un grande obiettivo unitario, un “senso della città”, un “progetto collettivo”.
Si pone quindi come primaria l’esigenza che la “politica” riesca a svolgere un ruolo attivo nei confronti dei territori di appartenenza, divenendo una sorta di “laboratorio permanente”: di conoscenza, dei luoghi e dei loro abitanti; di produzione e responsabile proposizione “di idee e coscienze, oltre che di progetti con un alto contenuto tecnico”; di sperimentazione di un “progetto culturale collettivo” di quel contesto in cui si trova ad agire e con il quale deve riuscire a interagire, tenendo presente che il ruolo giocato dagli “uomini” e dalle “idee” risulta sempre più importante di quello attribuibile agli “strumenti” e alle “norme”.
Il tema del progetto della città come progetto politico strategico e condiviso, è da leggersi, quindi, in termini diprocesso orientato all’azione, diretto ad individuare una diversa forma di governare le trasformazioni in un clima di consenso e di partecipazione collettiva; a proporre una metodologia di cambiamento della cultura della politica urbana che permetta di superare eventuali metodi impositivi con nuove forme di anticipazione “del desiderato e del possibile”; a configurarsi come un patto tra gli attori politici, economici e sociali; un patto per la governabilità della città, con una visione del futuro che sia alla base delle decisioni da prendere; a presentarsi come una sorta di sfida che consiste nel concepire un futuro desiderabile e nel definire i mezzi per realizzarlo.
La sua formulazione deve essere diretta e mirata. Esso deve possedere quella chiarezza necessaria per una facile comprensione da parte della cittadinanza e la capacità di provocare una sorta di “complicità sociale”. Alla base dei suoi contenuti deve essere posta la focalizzazione di tre campi di attenzione, e cioè: quali siano i problemi, tanto attuali quanto emergenti, e le disfunzioni più acute, che diminuiscono l’efficacia delle potenzialità della città e del suo territorio e degradano il paesaggio fisico e sociale esistente e quello in formazione; quali siano le opportunità che la “nuova visione” della città offre per “disegnare” in termini realistici un futuro desiderato, e che possano essere di appoggio a interventi di riqualificazione finalizzati al superamento degli attuali problemi; quale sia il reale ruolo della città nell’ambito territoriale di appartenenza e nel sistema di città con le quali essa si relaziona, al fine di comprendere quali debbano essere le competenze e quali le complementarità rispetto a un adeguato contesto di riferimento.
Il Progetto deve contenere una combinazione di proposte di carattere distinto, non omogenee nello spazio né nel tempo (l’offerta non viene più dimensionata e localizzata rigidamente, le decisioni non comprendono il tutto e il subito, la dimensione tempo diviene fondamentale) relativamente a aree deboli e punti forti, scenari a medio termine e attuazioni immediate.
Più che della predisposizione di ordinanze deve occuparsi di regolamentare i processi decisionali i quali dovranno essere basati su un processo continuo di concertazione, culturale ed economica, e sulla cui bontà ed efficacia garantiranno la “trasparenza” delle operazioni e i processi partecipativi.
Matura, inoltre, la coscienza - peraltro non nuova, ma sicuramente nell’ultimo trentennio assai sopita - che il conseguimento di obiettivi correlati alla qualità debba essenzialmente passare per un “progetto collettivo” che abbia alla base reali processi cooperativi tra la molteplicità dei soggetti a vario titolo operanti sul territorio. Ciò conduce alla necessità di un progetto che tenga conto delle tendenze, oramai acclarate a livello internazionale, che segnano il passaggio dai sistemi di governo a quelli di governance e di stewardship, e che sia capace di coinvolgere nel processo interattivo una molteplicità di soggetti al fine di garantire il necessario raccordo tra Enti differenti sulla base di intenti comuni, nonché la partecipazione della società civile e delle sue ragioni alla costruzione dello strumento progettuale. Ma soprattutto un progetto capace di tradursi in un “grande, appassionato appello rivolto all’intera collettività”, in una sorta di “gioco” che, nel modo in cui descritto da Geddes oramai quasi un secolo fa, implica l’interazione di una pluralità di soggetti, fra loro correlati, i quali, nel definire le loro strategie, devono osservare la regola di tenere in conto i bisogni e le azioni altrui e, pertanto si riconoscono quali attori sociali e membri di una comunità. In tale ottica è quindi possibile affermare che per una corretta realizzazione ed un adeguato funzionamento della futura città “le reti di reti che occorre costruire sono anche, e prima di tutto, reti inter-soggettive”.
Una siffatta interpretazione della politica urbana, intesa quale azione volontaristica, nasce sicuramente da un sentimento forte dell’essere cittadini e dell’avere il diritto e il dovere di pensare e di realizzare la propria città; dell’avere il diritto e il dovere di pensare che il progetto della propria città debba, prima di tutto, caratterizzarsi come “progetto collettivo”: un progetto politico-culturale condivisibile sul quale fondare l’idea di futuro da perseguire.
Tale interpretazione potrebbe, nelle odierne condizioni, sembrare ingenua….. ma “l’ingenuità del progetto collettivo - basato su una ipotesi di lavoro necessariamente pessimistica, perché improbabile, sovrastrutturale agli interessi economici, legata a una dimensione pubblica della città che oggi non esiste più, è (probabilmente) un rischio necessario.” A noi la scelta se correrlo o meno. A noi la scelta se perseguire o meno il sogno di lasciare ai nostri figli una città, una società e, perché no, un mondo migliore.

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